Perchè correre una maratona?

Mi sono messo a correre la prima volta a NewYork, a CentralPark con un paio di Nike decisamente inadatte con calzoncini felpati e una polo medio peso. Sono tornato abbastanza stanco, con male a tutte le articolazioni possibili immaginabili e soprattutto zuppo di sudore come mai ero stato. Prima di ripresentarmi a casa ho pensato di evaporare un pò e per ingannare l'attesa ho fatto stretching.
Dopo sono stato meglio. E' un "meglio" che il non corridore ritiene sia legato all'autolesionismo, ad una mania perversa di automiglioramento, ad una monacale autodisciplina. Ti dicono che sei pazzo, ti dicono attento alle ginocchia, attento alla schiena, attento a non finire sotto una macchina, ma respiri tutto quello smog?
E' stato dimostrato che, a prescindere dall'attività uno sportivo vive di più e meglio di un non sportivo. Se devo lanciare una provocazione il paracadutismo estremo fa meglio che non fare nulla.
Strano come tutti siano preparatissimi sugli infortuni sportivi, ma nessuno ti chieda mai o possa avvicinarsi a capire quanto stai meglio. Quanto ti senti in pace con te stesso, unito tra il corpo e la mente.
Così ero io che non correvo, che fumavo, che passavo il tempo a perdere tempo. E predicavo qua e la i mali dell'alpinismo estremo, i mali del parcadutismo estremo, gli infortuni nel sollevamento pesi e come la corsa fosse dannosa. Già solo poggiare il piede a terra in quel modo lì con troppo slancio... l'onda d'urto che si propaga dalla caviglia al ginocchio su per il femore alla colonna vertebrale e arriva al collo e alle spalle... lo pensavo seriamente. Ma vivevo avviluppato nel timore, nell'esistenza effimera che ci propongono. Correre rompe una prima barriera: l'insensato eccesso di prudenza. La prudenzomania. Lo metto in grassetto.

Ma questo è ciò che dicono gli altri. Io continuo a farlo, e cerco di applicarmi in nuovi stimolanti contesti perchè prima dopo e durante mi fa stare bene.
E cerco di definire il bene. Correre dà al mio cervello l'impressione che il mio corpo serva. Mi induce a tenerlo bene, a volermi bene. Mi impone di fare lunghi appassionanti discorsi tra amigdala, lobo prefrontale, cuore, polmoni, intestino (è quello che parla di più) e polpaccio sinistro. Tutto ciò sembra esaurirsi in un egocentrismo buono. In un ripiegamento sulle proprie funzioni nel tentativo di migliorarle. Ma il miglioramento non viene da una particolare volontà: nel dialogo tra le diverse parti talvolta si inizia a schiamazzare, si fa casino, poi torna la quiete. Così è nata un giorno in una caverna la musica. Ma lo scatenamento dipende dagli argomenti che si toccano, da dove si è, dalla compagnia. Ed in effetti il ripiegamento riporta continuamente all'esterno. Questo è un passaggio obbligato, si torna sempre col pensiero alla strada, al sentiero, al prato che alternativamente divori ad ampie falcate o ti schiaccia dilatandosi davanti e dietro di te mentre ti perdi passo dopo passo in non sgradevoli sensazioni ipoglicemiche. In effetti mi accorgo di guardare al mondo in modo più disteso, con la consapevolezza che basta una salitina per sfiancarti e una discesina per mandarti le ginocchia in pappa, con l'idea di essere un puntolino nell'universo e che infiniti puntolini si guardano gli uni con gli altri e ciascuno guarda dentro di sè. Non è il sogno di andare più lontano, più alto, più forte, ma l'evidenza che armonia, equilibrio, delicatezza richiedono determinazione, coraggio e forza bruta in dosi molto maggiori che non la rilassatezza, la prudenza e cosa più grave di tutte fragilità.
Quello che ho capito è che sono nato in un mondo a cui la forza fa paura. In cui la potenza è sempre "di fuoco", sempre letale. Ma la potenza sono semplici Watt, Joule al secondo. Cose di cui parlerò poi.